Capitolo secondo

La scoperta dello Yucatan e la fase iniziale della conquista, 1517-35

2. 1. L'incontro con i maya dello Yucatán, le spedizioni di Córdoba, Grijalva e Cortés

 

I primi europei ad approdare sulle coste della penisola dello Yucatán furono Gonzalo Guerrero e Jerónimo de Aguilar che, nell'anno 1511, erano sopravvissuti al naufragio di una caravella diretta a Santo Domingo, giungendo così sulle coste dello Yucatán [1] . Aguilar non ebbe fortuna e fu fatto schiavo in uno dei cacicazgos della regione, mentre Guerrero si adattò perfettamente ai costumi indigeni tanto da diventare consigliere del signore di Chetumal, da cui ebbe in sposa la figlia, e da decidere di restare per sempre presso i Maya combattendo al loro fianco all'epoca della conquista spagnola [2] .

Aguilar, invece, successivamente si aggregò alla spedizione di Cortés al momento del suo passaggio per lo Yucatán nel 1519, e svolse un importante compito come interprete tra Cortés, gli indigeni e la Malinche [3] .

Ma fu soltanto sei anni più tardi, durante un viaggio di esplorazione al di fuori di Cuba [4] , che avvenne la scoperta dello Yucatán ad opera degli uomini della Castiglia. Nel 1517, infatti, Hernández de Córdoba, su incarico del governatore di Cuba, Diego de Velázquez, partì dall'isola con tre navi e poco più di cento uomini alla scoperta di nuove terre, approdando così sull'Isla de las Mujeres [5] ,in prossimità della punta nord-orientale dello Yucatán che gli spagnoli chiamarono Cabo Catoche.

Particolarmente interessanti risultano le testimonianze concernenti questi primi incontri tra Córdoba e gli indigeni, che bene mettono in luce le difficoltà di comunicazione ed i frequenti fraintendimenti reciproci:

 

Que cuando Francisco Hernández de Córdoba llegó a esta tierra saltando en la punta que él llamó cabo de Cotoch, halló ciertos pescadores indios y le preguntó qué tierra era aquella, y que le respondieron cotoch, que quiere decir nuestras casas y nuestra patria, y que por esto se puso este nombre a aquella punta, y preguntándole más por señas que cómo era suya aquella tierra, respondieron ciuthan, que quiere decir dícenlo; y que los españoles la llamaron Yucatán […] [6] .

 

Lo stesso nome dello Yucatán sembrerebbe quindi essere, da queste parole, il frutto di un malinteso tra spagnoli ed indigeni. In realtà l'etimologia della parola non è certa e dai tempi della conquista fino ad oggi è stata soggetta a diverse versioni, tutte piuttosto credibili.

C'è chi afferma che proviene da u yu tan, espressione di meraviglia degli indigeni nei confronti della strana lingua parlata dagli stranieri [7] ; o ancora, secondo la versione di Todorov, alle esclamazioni dei primi spagnoli sbarcati sulla penisola, i maya risposero Ma c'ubah than, ovvero “non capiamo le vostre parole”, ma gli spagnoli capirono Yucatán e decisero che doveva trattarsi del nome della penisola [8] .

Ciò che risulta certo è l'immediato stupore degli spagnoli di fronte a una civiltà così sviluppata, che aveva saputo dare vita a complessi centri urbani e ad un'organizzazione sociale piuttosto evoluta.

Raccontano le cronache relative alla prima spedizione del 1517, che gli spagnoli rimasero meravigliati di fronte alla grandezza e all'ordine dei paesi che man mano scoprivano; si racconta addirittura che furono così impressionati dall'imponenza e dalla bellezza di una di queste città, Ecab, tanto da attribuirvi l'appellativo “Il Gran Cairo” [9] .

Proprio qui, ad Ecab, Hernández de Córdoba ed i suoi uomini furono raggiunti da dieci canoe molto grandi, le piraguas, con cui gli indios erano giunti per salutarli e per invitarli a sbarcare [10] .

Fiduciosi, alcuni spagnoli scesero a terra ma, una volta raggiunta la città, gli indigeni tesero loro un'imboscata obbligando così i castigliani a fare ritorno alle loro navi [11] . L'esplorazione della penisola continuò lungo la costa settentrionale toccando le città di Campeche, dove gli spagnoli “ebbero nuove prove della elevata cultura e ben ordinata società maya” [12] , e Champotón, città principale dei Couoh, il popolo più bellicoso tra i Maya [13] . Questi attaccarono ferocemente gli spagnoli che, sconfitti, furono costretti a retrocedere fino alle navi e a fare ritorno a Cuba [14] .

Queste terre, recentemente scoperte ad ovest di Cuba, destarono grande interesse in Spagna e, soprattutto, nel resto delle Indie; fu così che vennero rapidamente organizzate altre due spedizioni: quella di Grijalva nel 1518 e quella di Cortés nel 1519 [15] .

La prima, quella di Córdoba, fu l'unica che incontrò violenza; al contrario i successivi incontri di Grijalva e di Cortés con i Maya di Cozumel furono assolutamente pacifici, testimoniando il desiderio che sentivano i capi itzá [16] di conoscere quegli stranieri e ciò che portavano con loro [17] .

Durante la spedizione di Grijalva, a cui parteciparono anche Pedro de Alvarado, futuro conquistatore del Guatemala, Francisco de Montejo e Alonso Dávila, gli spagnoli presero possesso, senza incontrare alcuna resistenza, dell'isola di Cozumel [18] .

In seguito attraversarono Tulum, paragonata per bellezza e fascino a Siviglia; Campeche, dove dovettero affrontare la ferma opposizione dei Maya, e la provincia di Tabasco, giungendo poi in prossimità dell'impero di Moctezuma [19] .

Qui gli spagnoli entrarono in contatto con alcuni popoli tributari degli aztechi da cui ricevettero in dono oro, argento e pietre preziose [20] , fatto, questo, che alimentò la speranza di grandi e facili ricchezze e con essa il desiderio di conquistare rapidamente queste terre.

Nell'autunno del 1518 la spedizione fece ritorno a La Habana; era così iniziata una nuova era per la Spagna: la conquista delle grandi civiltà americane stava per avere inizio. Fu infatti nell'anno 1519, con la spedizione di Cortés, il cui obbiettivo fu da subito l'impero di Moctezuma, che ebbe inizio la conquista del Messico e di tutte quelle terre che sarebbero presto diventate dominio della Corona sotto il nome di Nueva España [21] .

La conquista del Messico ad opera di Cortés, e la lotta tra il grande conquistatore e Velázquez [22] per conseguire la giurisdizione della Nueva España, fece dimenticare durante questi anni lo Yucatán, considerato semplicemente come una grande isola lungo il cammino verso il Messico [23] .

Fino al 1526 lo Yucatán si mantenne così appartato dalla veloce corrente di conquista e colonizzazione; in questo anno Francisco de Montejo, che era stato capitano nelle spedizioni di Grijalva e Cortés, chiese alla Corona il diritto di occupare lo Yucatán [24] .

Montejo iniziò ufficialmente le operazioni di conquista della penisola nel 1527, affiancato nell'impresa dal figlio Montejo “el Mozo”, dal cugino di questi detto Montejo “el Sobrino” e dal capitano Alonso Dávila, il quale svolse un ruolo fondamentale nell'occupazione, grazie anche alla grande conoscenza delle coste yucateche acquisita nelle precedenti campagne a fianco di Cortés [25] .

I primi anni della conquista furono caratterizzati da alterne vicende e innumerevoli battaglie nelle quali gli spagnoli non ebbero sempre la meglio per il grande coraggio con cui i maya seppero difendersi.

Ma il popolo maya non seppe mai riorganizzarsi in un'unità politica forte e capace di superare i contrasti e le divisioni sussistenti tra le varie regioni dello Yucatán, tale da poter presidiare il territorio in maniera efficace. Ai tempi infatti di questa prima incursione armata degli spagnoli, tutta la penisola dello Yucatán era divisa in diciassette giurisdizioni rette da specifici lignaggi: Xiues, Cocomes, Canules, Copules, Cheles, Cochuaes, Peches, Chikincheles, ecc. [26] , spesso divisi da antichi rancori.

A capo di ogni lignaggio c'era l'halach uinic, “hombre verdadero”, che ereditava il titolo dal padre e che guidava il governo della capitale dell'area di sua giurisdizione, formulando anche la politica esterna [27] .

L'halach uinic nominava inoltre i batab [28] per governare i paesi satelliti all'interno dei suoi domini; questi funzionari erano responsabili delle faccende legali, dell'amministrazione pubblica e del buon governo [29] . La burocrazia civile era quindi complessa ed avanzata, e l'apparato politico maya forniva e manteneva un giusto governo [30] .

Nonostante le divisioni sussistenti all'interno, le diverse regioni maya seppero, soprattutto nella prima fase della conquista, opporre una ferma resistenza all'avanzata spagnola. In effetti, pur non incontrando nessuno stato potente, la conquista dello Yucatán durerà parecchi anni [31] .

A contribuire al ritardo nella conquista della penisola fu, in primo luogo, oltre alla già citata resistenza indigena, lo scarso interesse dei conquistatori per una zona piuttosto arida e dalle risorse piuttosto limitate. Le notizie che giungevano sulle spedizioni in Perú, dove, a quanto si diceva, c'era oro in abbondanza, scoraggiarono in più di un'occasione le truppe dei Montejo [32] . Si giunse così sino all'anno 1540 prima che il giovane Montejo potesse intraprendere la conquista definitiva dello Yucatán [33] .

 

2. 2. I primi tentativi di conquista: l'entrata da Oriente (1527-29) e la seconda impresa da Occidente (1529-34)

 

A differenza di México-Tenochtitlan e del Perú, che caddero immediatamente dinanzi alle armi spagnole, la conquista dello Yucatán richiese ben 19 anni: iniziò nel 1527 e non si concluse prima dell'inizio del 1547 [34] . La campagna, condotta a singhiozzo da Montejo, si caratterizzò per tre diversi tentativi: l'entrata da Oriente, dal 1527 al 1529, una seconda ondata da Occidente, dal 1529 al 1534, conclusasi in un clamoroso insuccesso, ed infine una terza fase, dal 1540 al 1547, in cui avvenne la vera e propria conquista dello Yucatán [35] .

Il primo tentativo spagnolo di invadere la penisola (1527-29) risultò piuttosto infruttuoso e i conquistatori non riuscirono a comprendere l'organizzazione dei maya: la loro apparente unità etnica e culturale non lasciava intravedere i reali contrasti politici sussistenti.

La società maya, come del resto tutte quelle americane, si era sviluppata in condizioni d'isolamento rispetto all'Europa, sviluppando un'organizzazione sociale e politica peculiare, completamente estranea a quella occidentale dei conquistadores. La totale incomprensione delle strutture del potere indigene da parte spagnola fu evidente sin dall'inizio: gli invasori iniziarono ad usare il termine provincia o cacicazgo per indicare quello che in realtà costituiva un uuch cahal, territorio di giurisdizione dell'halach uinic. Lo stesso termine cacicazgo lo ritroviamo poi utilizzato, insieme a pueblo, per sostituire batabíl, entità amministrativa presieduta dal batab, il quale viene, peraltro, confuso spesso dagli invasori con l'halach uinic.

Oltretutto queste nuove denominazioni, accompagnate dalla riforma degli enti amministrativi e territoriali attraverso il sistema dell'encomienda, vengono applicate senza tenere conto del fatto che prima della conquista “i lignaggi come istituzioni parentali non erano territori politici né entità amministrative” [36] . In realtà questi erano nati dall'unione di famiglie estese in gruppi più grandi, che si riconoscevano in un antenato comune e potevano formare dei clan, spesso strutturati come famiglie più numerose che prescindevano dalle differenze di ricchezza, prestigio, occupazione [37] .

Nel 1527 l'Adelantado Montejo diede inizio all'opera di colonizzazione e, deciso a scoprire anzitutto la costa nord-orientale, attraversò Zama, antico nome di Tulum, e Xelha dove fondò la prima città spagnola in territorio maya: Salamanca de Xhela, nome dato in onore alla città in cui era nato [38] .

Quando gli spagnoli arrivarono per la prima volta, gli indigeni di Zama e Xelha “vennero in pace portando rifornimenti di tutto ciò che avevano, mais, pesce, carne, miele, coperte […]” [39] . Ma il loro atteggiamento cambiò quando fu loro imposta l'encomienda, che stabiliva ciò che gli indios erano tenuti a dare ai recenti invasori, sistema che fu considerato sin da principio parte essenziale della colonizzazione [40] .

Se è certo che il tributo era una realtà già esistente nella società maya preispanica [41] , è altresì vero che il tributo che ora i nativi dovevano ai nuovi signori, oltre ad essere più oneroso, non veniva più utilizzato per l'adempimento degli antichi cerimoniali né per la comunità, ma era tutto inviato all'esterno, alla Corona spagnola [42] .

Gli indigeni ben presto iniziarono a non tollerare quest'ingerenza del dominio straniero, e quanto più gli spagnoli accentravano il loro potere, tanto più andava aumentando il risentimento in tutte le classi della società nativa; Landa bene esprime questi sentimenti quando dice che gli indios sentivano “cosa dura servir a extranjeros donde ellos eran señores” [43] .

Un'arma potente di cui dispose il popolo maya, utilizzata reiteratamente con grande destrezza e discernimento, fu il rifiuto passivo di elargire il tributo, l'approvvigionamento, e i servizi personali che gli spagnoli esigevano attraverso il sistema dell'encomienda [44] .

Si trattò, tanto in questa occasione quanto in quelle successive, di una delle forme di ‘resistenza passiva' più efficaci: per i rifornimenti alimentari i castigliani dipendevano quasi esclusivamente dagli indigeni.

Per diverse settimane, l'Adelantado ed i suoi uomini, debilitati dalle malattie, dalla mancanza di cibo, dal clima, e sotto la costante minaccia di venire attaccati dagli indigeni, dovettero quindi rinunciare ai rapidi progetti di conquista [45] . Soltanto in un secondo momento, riappacificati gli indigeni e ristabilite le truppe, Montejo potè riprendere il cammino attraverso le coste yucateche.

La spedizione del 1528 durò circa sei mesi, durante i quali gli spagnoli ebbero modo di ispezionare gran parte del territorio nord-orientale della penisola, attraversando alcune delle città più importanti di questa zona: Polé, Xamanha, Moch-i, Ecab, Belma, Conil, Cachi, Chauaca e Ake [46] .

Spesso gli indigeni non opposero resistenza all'avanzata straniera, preferendo piuttosto, in alcune occasioni, evitare il contatto con gli invasori e abbandonare anticipatamente la propria città ed il proprio territorio. Fu questo il caso di Polé: l'assenza degli indigeni venne attribuita non tanto al timore che questi avevano degli spagnoli, quanto piuttosto alla paura dei loro cavalli, animali sconosciuti ai maya, come del resto a tutti i popoli del Nuovo Mondo, i quali credettero all'inizio che cavallo e cavaliere fossero una cosa sola, una strana specie di centauro [47] .

Nei villaggi di Moch-i, Belma, Conil e Cachi, Montejo e le sue truppe furono accolti di buon grado dagli indigeni che offrirono loro cibo e ospitalità [48] . A Ecab l'Adelantado ricevette la visita di alcuni caciques e dei loro sudditi, che “vennero in pace…da diverse parti e province per vedere che tipo di gente erano i cristiani e affinché gli mostrassero i cavalli…poiché la fama di questi animali correva attraverso la terra e erano origine di grande ammirazione” [49] .

In altre occasioni, invece, gli spagnoli dovettero far fronte alla resistenza attiva del popolo maya, scontrandosi con l'opposizione indigena sia a Chauaca, nella provincia dei “bellicosi” [50] chikincheles, sia ad Ake, battaglia che rimase nella tradizione come uno dei combattimenti più famosi della prolungata conquista dello Yucatán [51] .

Con la sconfitta indigena a Chauaca ed Ake, e con la resa all'obbedienza della maggior parte dei caciques delle zone attraversate, ebbe termine l'esplorazione del nord-est. Montejo, dopo una perlustrazione nella provincia meridionale di Uaymil-Chetumal e nella regione del Río de Ulua, decise di fare ritorno in Nueva España per procurarsi nuovi uomini e ulteriori rifornimenti, lasciando il controllo dei territori assoggettati al capitano Dávila.

Benché l'Adelantado fosse partito da Salamanca de Xhemana assolutamente deciso ad intraprendere, da est, l'occupazione permanente di Chetumal, dovette cambiare i propri progetti in modo così radicale da dare alla conquista una direzione ed un aspetto completamente nuovi. Ritornato in patria e ricevuto l'incarico di porre fine alle continue rivolte che avevano luogo nella provincia di Tabasco, ove, nonostante le ripetute sconfitte, i maya continuavano a rifiutare il giogo spagnolo [52] , Montejo risolse infatti di tentare una nuova campagna da Occidente, attraverso Tabasco e Acalán [53] .

Nella seconda impresa da Occidente (1529-35) gli invasori riuscirono a prescindere dall'illusoria omogeneità della popolazione peninsulare per scoprirne la divisione sussistente all'interno e l'inesistenza di un organismo centrale unificante [54] : l'organizzazione politica della provincia si basava su cacicazgos indipendenti, ognuno con propri governanti ed una propria organizzazione interna.

Naturalmente ciò offrì un'eccellente opportunità ai conquistatori, che ben seppero sfruttare la frammentazione territoriale, fomentando la rivalità tra i vari cacicazgos ed esaltando la politica del “divide y vencerás [55] .

La strategia ottenne in alcune occasioni i risultati sperati, specialmente con i Peches, i Cheles, e gli Xiues, che, a causa di antichi rancori mai sopiti con Cocomes e Cupules, prestarono immediatamente lealtà agli spagnoli, sia al passaggio di Dávila nel 1531, sia a quello di Montejo nel '32 [56] . In riferimento a quest'episodio risulta esemplificativo il commento di Landa che osservò: “fue dichoso en no ser señores de aquella tierra los Couoh de Champotón, que siempre fueron de más coraje que los Cheles” [57] .

Ma, nonostante tutto, la politica del divide y vencerás non risultò efficace, anzi, paradossalmente, l'eccessiva frammentazione di potere fra le varie province si rivelò un ostacolo in più all'opera di conquista: l'occupazione di un qualsiasi cacicazgo lasciava gli altri completamente illesi e non esisteva un capo unico o un potere centrale che si potesse sconfiggere in modo da ottenere la definitiva e totale soggezione di tutta la regione [58] .

Particolarmente disastrosi risultarono i tentativi di assoggettare le province di Cocom e Cupul [59] , anche perché alla superiorità militare dei Montejo si accompagnò l'aiuto che essi ricevettero dai loro incondizionati alleati, gli Xiues, e dai loro compagni a volte reticenti [60] : Cheles e Peches.

Ripetutamente le alleanze e le coalizioni che si formarono tra i vari cacicazgos, determinati a combattere gli invasori fino all'ultimo, resero l'opera di conquista estremamente complicata, contribuendo enormemente a mettere in difficoltà le truppe spagnole.

La resistenza militare e politica che seppero opporre alcune province, come Sotuta, Cochuah, Uaymil-Chetumal e Cupules, il coraggio che gli indigeni mostrarono tanto nella vittoria quanto nella sconfitta, e infine il costante intervento che si rese necessario per le ripetute ribellioni in molte parti della penisola, decretarono la sconfitta degli spagnoli.

L'entrata da Occidente terminò così in un clamoroso fallimento, e nel 1534 Montejo e tutti i suoi uomini furono costretti ad abbandonare lo Yucatán.

Un ruolo di primo piano in quest'opposizione spesso disperata fu svolto sicuramente dai Cocomes di Sotuta, dai Copules, dai Cochuaes e dai maya di Uaymil-Chetumal; la loro volontà di essere liberi si manifestò in reiterate occasioni e sotto forme distinte: a volte agirono congiuntamente, come nel caso della campagna di Dávila a Chetumal, altre volte individualmente. E in non pochi casi i Cupules e i Cocomes del leggendario signore di Sotuta, Nachí Cocom, furono al centro della difesa o della ribellione in qualsiasi parte del territorio yucateco dove essa scaturì [61] .

 

2. 3. La vittoria spagnola nella battaglia del “día de San Bernabé”(1531) e la sconfitta di Dávila a Chetumal (1531-33)

 

Quella che prese il nome di battaglia del “día de San Bernabé” ebbe luogo l'11 giugno 1531, quando una feroce ribellione diretta dai maya che abitavano i cacicazgos di Canpech e Ah Canul, mise in grave pericolo l'esigua popolazione spagnola della regione [62] .

Recentemente fondata la città di Salamanca di Campeche nel cacicazgo di Canpech, Montejo dispose che Dávila ed i suoi uomini esplorassero le estremità orientali e meridionali della penisola yucateca. In questo modo rimase nella sua nuova città con pochi soldati, secondo le cronache quarantacinque [63] , ed in breve tempo introdusse qui il sistema dell'encomienda; se in principio i maya di Canpech e Ah Canul non avevano opposto resistenza all'insediamento spagnolo [64] , in un secondo tempo, esasperati dal tributo e dalla sempre più vessatoria ingerenza straniera, organizzarono un attacco contro la città di Salamanca, approfittando della momentanea debolezza del nemico.

Gli indigeni progettarono accuratamente l'aggressione riuscendo a coinvolgere nella resistenza la maggior parte dei cacicazgos della regione; il carattere generale ed il coordinamento della ribellione sembrò indicare che a capo della stessa ci fosse Nachí Cocom, signore della contigua e guerriera provincia di Sotuta, il quale rappresenterà per molti anni “uno de los enemigos más implacables que los españoles hallaron en todo Yucatán” [65] .

Montejo, attraverso alcuni indigeni, venne a conoscenza della cospirazione riuscendo così ad opporre un'efficace difesa alla moltitudine indigena [66] che, l'11 giugno 1531, giorno di San Bernabé, circondò Salamanca [67] . Seguì una della battaglie più feroci e celebri di tutta la conquista, in cui lo stesso Montejo rischiò di perdere la vita e, molto probabilmente, ciò sarebbe accaduto se non fosse stato per il provvidenziale intervento del fedele soldato Blas González:

 

[…] que mucha parte de indios se juntaron a la parte del dicho Adelantado y se arremetieron […], y como eran tantos le llevaran y mataran si no fuera que con ayuda de Dios yo el dicho Blas González, viendo que si aquel daño sucedía la tierra se perdería, arremetí a ellos con mi caballo y maté muchos indios, y luché tanto que quité a los dichos indios al dicho Adelantado vivo y sano […] [68] .

 

[…] los naturales de la provincia de Ah Canul y de todas las provincias comarcanas dieron guerra sobre el establecimiento fundado en Campeche.Y fue tanta la cantidad de indios que si Dios milagrosamente no ayudara a los españoles que allí se hallaban, todos hubieran muerto, a causa de no ser más de cuarenta y cinco […], e los más de ellos enfermos y dolientes [69] .

Secondo la cultura del popolo maya la cattura o la morte del caudillo dei nemici rappresentava la vittoria dei propri guerrieri. Per questo, riuscire a catturare o uccidere Montejo, era di fondamentale importanza per gli indigeni: credevano che, una volta sconfitto l'Adelantado, gli spagnoli avrebbero abbandonato lo Yucatán [70] .

Soltanto dopo molte ore di incessanti e cruenti combattimenti, poiché i maya combattevano “con grande coraggio e non meno risolutamente degli spagnoli” [71] , gli uomini di Montejo riuscirono a disperdere la forza indigena ottenendo la vittoria [72] .

Il trionfo di San Bernabé arrestò, ancora una volta, l'indomita resistenza indigena, portando la pace nell'immediata zona di Salamanca, e con una successiva campagna di Montejo contro la provincia di Ah Canul, anche nelle zone limitrofe: i caciques, che con grande fermezza si erano ribellati, furono nuovamente costretti a giurare alleanza al Conquistatore [73] .

Nel frattempo Dávila e Montejo “el Sobrino”, partiti da Salamanca a metà del 1531 per esplorare la parte sud-orientale della penisola, avevano attraversato gran parte del territorio delle tre province più popolose ed importanti dello Yucatán: Mani, Cochuah e Uaymil-Chetumal, senza inizialmente incontrare opposizione [74] .

Anzi, durante il passaggio nella provincia di Maní o Tutulxiu, avevano rapidamente conseguito la spontanea obbedienza dei signori degli Xiu, popolo che resterà per tutta la durata della conquista fedele e grande alleato degli spagnoli [75] .

Anche a Bacalar, nel distretto di Uaymil, Dávila fu ben ricevuto dai caciques locali, i quali, contravvenendo alle disposizioni del loro signore, l'halach uinic della giurisdizione di Uaymil-Chetumal, offrirono il loro appoggio alle truppe spagnole. Sembra infatti che la maggioranza dei signori di Uaymil mal sopportasse il dominio del cacique di Chetumal e che, per questo, accolse di buon grado l'opportunità che gli spagnoli offrivano per liberarsi da questo sgradito giogo [76] : ancora una volta la politica del “divide y vencerás” si rivelava un'arma estremamente efficace.

Quando giunse a Chetumal, deserta a causa del previo abbandono del cacique e di tutta la sua gente, Dávila fu così ben impressionato dal luogo e dall'ottima posizione in cui si trovava, che decise di fondare lì una nuova città, Villa Real, con il proposito di includervi in seguito tutti i cacicazgos di Uaymil e di Cochuah [77] .

È d'obbligo precisare che tanto la scelta quanto la fondazione di una città non era mai casuale, ma frutto di una previa ed oculata esplorazione dei territori. La città doveva essere situata in una posizione vantaggiosa ed essere inoltre un luogo importante, soprattutto se costituiva la municipalità principale. Il titolo reale, che aveva concesso a Montejo l'autorità nello Yucatán, stabiliva infatti che ognuna delle due principali municipalità della provincia doveva avere non meno di 100 abitanti [78] . Il motivo di tale disposizione appare del resto piuttosto chiaro: dal numero di indigeni della popolazione nativa dipendeva il sostentamento della città intera, attraverso il sistema dell'encomienda.

Dopo circa due mesi dall'arrivo a Villa Real, Dávila venne a sapere da alcuni indigeni che l'ostile cacique di Chetumal aveva riunito i suoi guerrieri nel pueblo di Chequitaquil, luogo ben nascosto e di difficile accesso, con l'intento di sferrare un attacco contro gli spagnoli [79] .

Il capitano decise allora di assalire per primo il nemico in modo da coglierlo impreparato, e così, con un rapido intervento alle prime luci dell'alba, riuscì ad abbattere la fortificazione maya di Chequitaquil, costringendo il cacique e la sua gente alla fuga, e riuscendo inoltre a catturare diversi prigionieri [80] .

Ben presto insorsero anche quelle città che all'arrivo dei conquistatori non avevano mostrato alcuna ostilità, diventando anzi prontamente alleate degli spagnoli: i maya Cochuah di Mazanahó, Chable, e Hoya organizzarono la resistenza erigendo formidabili fortificazioni a difesa delle città e rifiutandosi di pagare il tributo reclamato dagli invasori [81] .

Dávila non poteva tollerare che tali atti di ribellione rimanessero impuniti e, determinato a riportare l'obbedienza nella regione, ben presto mosse guerra a Cochuah. Ma anche il tentativo spagnolo di riconquistare la provincia di Cochuah attraverso un'alleanza con i caciques di Uaymil si rivelò un fallimento: questi abbandonarono già durante il primo scontro l'esercito spagnolo per unirsi inaspettatamente ai maya di Cochuah nella lotta all'invasione straniera [82] .

Le ripetute ribellioni preannunciarono soltanto quello che da lì a poco sarebbe accaduto: focolai di resistenza indigena iniziarono ad estendersi in tutta la regione e culminarono in una feroce guerra che coinvolse l'intero distretto di Uaymil-Chetumal e di Cochuah.

Le antiche rivalità tra i vari cacicazgos locali vennero per il momento accantonate, poiché l'impellente pericolo di un'invasione straniera su larga scala esigeva uno sforzo congiunto.

I maya di Cochuah, Uaymil e Chetumal, in passato spesso in conflitto tra di loro, stipularono ora una grande alleanza, capitanata, a quanto pare, dal cacique di Chetumal e dal noto Guerrero [83] .

Dávila, con un esercito ormai stremato a causa della mancanza di cibo, di acqua e a causa delle ferite riportate nei continui combattimenti, non ebbe altra soluzione che abbandonare la campagna optando per un “decoroso ritiro” a Villa Real [84] .

La sconfitta definitiva avvenne nel 1532: Dávila, informato che guerrieri maya si stavano riunendo da ogni luogo per attaccare Villa Real [85] , fu costretto ad evacuare la città, abbandonando così anche l'ultimo baluardo della presenza spagnola nella costa orientale dello Yucatán. Due anni dopo, attraverso un lungo viaggio attorno alla penisola, il capitano sconfitto si ricongiunse con Montejo ed i propri effettivi a Salamanca de Campeche [86] .

 

2. 4. La sconfitta di Montejo il Giovane a Chichén Itzá, 1532-33

 

La seconda e più importante fase dei piani di Montejo per l'occupazione dello Yucatán prevedeva l'invasione e la sottomissione dei territori settentrionali, tra i quali si trovavano alcuni dei cacicazgos più popolosi, potenti e combattivi di tutta la penisola [87] . L'incarico venne affidato a Montejo “el Mozo”, figlio dell'Adelantado, con l'istruzione formale di stabilire il dominio spagnolo in modo pacifico, fintanto che ciò fosse possibile, e con l'obbligo di trattare gli indigeni “con moderazione” e rispetto, in conformità a quanto stabilito dalla politica della Corona e dal titolo del padre del 1526 [88] .

In seguito, nel luogo considerato più vantaggioso, avrebbe poi dovuto fondare la città che sarebbe stata la principale municipalità di tutto lo Yucatán [89] . Ovviamente un elemento importante nel piano di pacificazione restava il principio di “divide y vencerás”: Montejo doveva ottenere alleati ovunque riuscisse e, se avesse incontrato ostilità, doveva fare in modo che una parte dei maya fosse contro l'altra, sfruttando le inimicizie e le rivalità già esistenti.

Montejo il Giovane attraversò innanzitutto i cacicazgos di Ah Kin Chel e Ceh Pech, dove pacificamente, “no hallando otra cosa que amistad” [90] , guadagnò l'alleanza dei Cheles, dei Peches, e dei caciques delle due province contigue: Hokaba Homun e Chakan. Furono proprio i Cheles che rivelarono a Montejo l'esistenza di una antica città, Chichén Itzá, “luogo eccellente dove avrebbe potuto fondare la sua capitale” [91] ; con tale proposito gli spagnoli avanzarono quindi verso l'interno, percorrendo, molto probabilmente, alcuni dei territori delle province guerriere di Sotuta, Tazes, Ecab, Chikinchel e Cupules [92] .

Qui gli spagnoli furono ben accolti dal signore del luogo, Nacon Cupul, il quale, si dice, abbia addirittura offerto ospitalità a Montejo nella propria abitazione [93] ; in realtà tale devota sottomissione era solo apparente: i Cupul saranno infatti, in seguito, tra i principali artefici della ribellione contro i conquistatori. Le testimonianze raccontano in proposito che gli orgogliosi signori cupul, nonostante il benvenuto offerto agli spagnoli in questa prima circostanza, manifestarono presto una crescente ostilità. Tale risentimento risulta evidente nella dichiarazione d'indipendenza pronunciata da Nacon Cupul e dalla sua gente quando venne letto loro il requirimiento [94] , che esigeva il riconoscimento della sovranità del re di Castiglia e del Cristianesimo: “tenemos Rey señores…hemos elegido al Rey Cocom [de Sotuta], Naum Pech, el Rey Pech, a Namax Chel, el Rey Chel…de Dzidzantum. Guerreros extranjeros, soldados extranjeros, aquí están los Itzá!” [95] .

Montejo il Giovane ebbe una buona impressione dei territori fino ad allora esplorati, tutti densamente popolati e fertili, e, pertanto, giunto nei pressi delle rovine di Chichén Itzá, immediatamente risolse di fondare lì la nuova capitale con il nome di Ciudad Real, in onore della città castigliana dove era nato Alonso Dávila [96] .

Chichén Itzá non solo era stata una delle città yucateche più importanti durante il periodo di grandezza della civiltà maya, ma continuava anche ad essere il luogo principale del culto di Kukulcán, rappresentando quindi un terreno sacro per tutti i maya.

Probabilmente Montejo el Mozo era stato informato della sua importanza religiosa dai Peches, dai Cheles e dagli altri indigeni con cui era venuto in contatto, ed è legittimo supporre che cercasse di sfruttare la credenza, largamente diffusa presso il popolo maya, del ritorno di Kukulcán, affiancandola alle profezie del Chilam Balam che preannunciavano la venuta di uomini dall'Oriente e l'avvento di una nuova religione [97] . È difficile valutare quanto le antiche credenze possano aver giocato a favore degli spagnoli al momento della loro comparsa nella storia indigena; tuttavia appare piuttosto probabile che tanto le profezie di Chilam Balam quanto la leggenda di Kukulcán abbiano svolto un qualche ruolo nel causare l'accettazione immediata degli spagnoli nelle province di Ah Canul, Ah Kin Chel e Maní [98] .

Conforme alla politica della conquista, Montejo cercò di ottenere la compiacente alleanza degli indigeni di tutta la zona circostante e, man mano che approfondiva la conoscenza dell'organizzazione interna di ogni provincia, cominciò a formare alleanze e contro-alleanze con lo scopo di facilitare ed estendere il dominio spagnolo nonché di prevenire la formazione di coalizioni ostili. Tanto la rivalità tra i vari cacicazgos quanto quella tra i caciques all'interno di una stessa giurisdizione fu esplorata e sfruttata abilmente dal giovane Montejo [99] . Per qualche tempo la politica di Montejo parve dare i risultati sperati, conquistando la fedele collaborazione delle province di Ceh Pech, Ah Kin Chel, Xiu, Tazes e, inizialmente, una parte dei Cupules [100] .

Tuttavia non è possibile stabilire con esattezza quali territori Montejo riuscì ad includere nel nuovo distretto, con ogni probabilità cercò di estendere la sua ingerenza anche sulle province di Ecab, Chikinchel, Chakan, Hocaba e Sotuta; in questo modo la nuova provincia avrebbe inglobato la maggioranza dei territori dello Yucatán settentrionale [101] .

Certo è che procedette immediatamente alla suddivisione dei nuovi territori ed all'assegnazione di questi in encomienda: ancora una volta l'incipiente insediamento spagnolo comportò l'esazione di un tributo in beni e servizi [102] sempre maggiore, provocando la fiera reazione degli indigeni.

L'avversione nei confronti dell'ingerenza straniera emerse, come già detto, tra i Cupul che, orgogliosi e amanti della propria indipendenza, avevano finto obbedienza e sottomissione con il proposito di scacciare gli spagnoli alla prima occasione utile.

Lo stesso Nacon Cupul, che bene aveva occultato le sue vere intenzioni tanto da riuscire a farsi considerare un fedele alleato, meditò ben presto di uccidere Montejo, ma fu scoperto e immediatamente ucciso [103] . Venuti a conoscenza dell'esecuzione del loro signore, tutti i vassalli di Nacon Cupul diedero vita a una sollevazione, che poté essere dominata solo dopo un intenso combattimento [104] .

Anche se non seguì immediatamente a questo episodio un'insurrezione collettiva, la ribellione dei sudditi di Nacon Cupul rappresentò soltanto un'anticipazione di quello che stava per avvenire. Sembra infatti che i vari cacicazgos maya stessero all'epoca già progettando una rivolta generale, il cui ritardo fu dovuto al fatto che i maya cupul e i loro alleati delle altre province non erano ancora completamente preparati, e considerarono pertanto prematuro l'atto di Nacon Cupul [105] .

Non trascorse infatti molto tempo dalla morte del cacique maya che il popolo indigeno iniziò a manifestare chiari segni di ostilità nei confronti del dominio spagnolo; quasi tutti i popoli assoggettati rifiutarono di pagare il tributo costringendo così Montejo a inviare truppe armate nei vari pueblos per ottenere con la forza la consegna degli approvvigionamenti.

Gli indigeni ben conoscevano la debolezza della posizione del nemico: Ciudad Real era situata nell'entroterra e poteva essere isolata facilmente; solo con estrema difficoltà gli spagnoli potevano ricevere rinforzi e dipendevano interamente dalla popolazione nativa per ciò che concerneva i rifornimenti [106] .

Abilmente i maya innalzarono grandi ed efficaci barricate per difendere i loro popoli dalle incursioni armate e, allo stesso tempo, organizzarono i propri guerrieri per attaccare gli uomini di Montejo che stringevano d'assedio i loro villaggi. Gli indigeni non perdevano occasione per infliggere colpi al nemico: se da un lato attaccavano gli spagnoli rimasti nella città, dall'altro assaltavano i distaccamenti usciti alla ricerca di cibo, combattendo con tanto coraggio e determinazione da riuscire a mettere in pericolo gli uni e gli altri: coloro che portavano i rifornimenti temevano di perderli se andavano a soccorrere gli spagnoli rimasti a Ciudad Real e questi di perdere la città se uscivano a difendere i compagni [107] .

Ma la vera e propria offensiva generale del popolo maya avvenne soltanto intorno alla metà dell'anno 1533, quando i cacicazgos di Cupules, Chikinchel, Sotuta, Cochuah, e Tazes stipularono una grande alleanza [108] . Benché il comando e la composizione di questa coalizione non sia del tutto certo, è probabile che la direzione del movimento fosse stata assunta dai caciques e dai sacerdoti di Sací, grande centro politico, militare e religioso dei Cupul [109] .

Non si può negare, in effetti, che anche i sacerdoti nativi svolsero un ruolo fondamentale nella lotta di resistenza, esortando in più occasioni il popolo a difendere i propri altari e i propri dei, ben sapendo che la vittoria spagnola avrebbe implicato la distruzione della loro antica religione [110] .

Cinque o sei mesi dopo l'inizio della ribellione le truppe spagnole erano ormai stremate e grandi contingenti maya stringevano sempre più d'assedio Ciudad Real; due sole soluzioni si prospettavano: abbandonare la città e riconoscere così il fallimento completo della campagna, o tentare una ultima disperata vittoria in una battaglia campale [111] .

L'assalto finale ebbe luogo all'inizio del 1534, quando gli spagnoli, confidando nell'impreparazione indigena nelle battaglie in campo aperto, decisero di attaccare l'esercito maya; ma il numero degli indigeni, la ferocia e la determinazione con cui questi combattevano per rimanere padroni della propria terra e della libertà, decretarono la sconfitta degli invasori [112] .

Nel 1534 Montejo il Giovane, in fuga dalla sconfitta di Chichén Itzá, dove gli eserciti delle poderose province maya avevano riportato una spettacolare vittoria uccidendo decine dei suoi soldati, ricongiunse le proprie truppe alle forze comandate dal padre a Tiho [113] .

I maya di Uaymil-Chetumal, Cochuah e Cupules avevano dimostrato di essere, per il momento, invincibili e molti altri gruppi indigeni avevano saputo mettere in campo in molteplici occasioni una seria opposizione.

Inoltre, la maggioranza dei colonizzatori iniziava a manifestare chiari segni di contrarietà alla colonizzazione dello Yucatán: il clima ostile, il territorio impervio, le continue ribellioni, e, soprattutto, l'inesistenza di oro, tesori, e facili guadagni aumentavano il malcontento generale [114] .

A ciò si aggiunsero le notizie della fortunata campagna di Pizarro in Perú che, sconfitto con estrema rapidità l'Impero incaico, aveva trovato illimitate ricchezze [115] .

In queste circostanze avvenne il definitivo fallimento dei piani dell'Adelantado: individualmente o in gruppo i soldati, contravvenendo agli ordini di Montejo, iniziarono ad abbandonare la penisola, e i pochi colonizzatori rimasti si rifiutarono di continuare la campagna dando luogo a veri e propri episodi di ammutinamento [116] .

Il pericolo di una nuova imminente sollevazione generale dei maya [117] rese la situazione insostenibile e alla fine del 1534 Montejo e i suoi uomini dovettero abbandonare la penisola: in questo modo, con una sconfitta totale, si chiuse la seconda fase della conquista dello Yucatán [118] .

Dal 1535 al '40 nessuno spagnolo è presente in Yucatán, ed è in questa fase che scoppiarono le “grandi guerre”. Dal momento della partenza degli europei si registrò un periodo di siccità, cui seguì immediatamente dopo una carestia: gli Xiu di Maní decisero allora di compiere un viaggio al sacro cenote di Chichén Itzá, al fine di recare offerte agli dei della pioggia, ma per fare ciò dovevano attraversare il territorio dei Cocomes di Sotuta, loro storici nemici.

L'odio tra le due stirpi dominanti risaliva al periodo del dominio della lega di Mayapán, città descritta nelle cronache come “un luogo di armonia” [119] , “lo stendardo dei maya” [120] : tra le sue mura i lignaggi di diverse province convivevano pacificamente, alternando rituali, festeggiamenti e battute di caccia. Qui, intorno alla metà del secolo precedente , i nobili xiu si erano posti alla guida di un complotto che, con l'uccisione del sovrano cocom e dei suoi figli (tutti tranne uno), riportò la penisola al tempo della guerra [121] : i signori tornarono alle loro rispettive terre e da allora il livello dell'organizzazione sovraprovinciale della penisola era rimasto problematico.

Fiduciosi del fatto che i loro antichi nemici avrebbero momentaneamente accantonato gli antichi rancori, gli Xiu chiesero loro un salvacondotto per giungere alla meta e i Cocomes dell'halach uinic di Sotuta Nachí sembrarono accogliere la richiesta ma, dopo aver alloggiato i signori rivali in una grande casa a Otzmal, vi appiccarono fuoco, uccidendo tutti quelli che tentavano di sfuggire alle fiamme. Se fin dalle prime campagne di conquista gli europei avevano visto gli Xiu come loro collaboratori, dal momento dell'assassinio collettivo dei loro capi diventarono inequivocabilmente loro alleati [122] , offrendo un contributo decisivo nella remissione delle province maya durante la terza campagna di conquista che avrà inizio nel 1540.


[1] Robert S. Chamberlain, Conquista y colonización de Yucatán, 1517-1550, México, Porrúa, 1982, pag. 17.

[2] León Portilla, op. cit., pag. 67.

[3] Si tratta della famosa india chiamata dagli spagnoli “doña Marina”,offerta in dono a Cortés nel corso di uno dei primi incontri con gli indigeni; diventerà un importante punto di riferimento per la conoscenza della lingua e dei luoghi, Todorov, op. cit., pag. 122.

[4] Nancy Farris, Maya society under colonial rule, Princeton, Princeton University Press, 1984, pag. 12.

[5] L'isola fu così chiamata per gli idoli di forma femminile che vennero lì ritrovati, Chamberlain, op. cit., pag. 14.

[6] De Landa, op. cit., pag. 5.

[7] Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 40.

[8] Todorov, op. cit., pag. 121.

[9] Chamberlain, op. cit., pag. 14.

[10] Ibid.

[11] De Lizana, op. cit., pag. 15.

[12] Chamberlain, op. cit., pag. 14.

[13] Ibid.

[14] Lo stesso Córdoba, tornato a Cuba, morirà poco dopo a causa delle ferite riportate nella battaglia. Il luogo della sconfitta prese il nome di Bahía de la Mala Pelea, ivi, pagg. 14–15.

[15] De Lizana, op. cit., pag. 19.

[16] Ai tempi della conquista Cozumel era abitata da maya di stirpe Itzá, popolazione giunta nello Yucatán attorno al 918 d. C., Peniche Rivero, op. cit., pag. 135.

[17] Ivi, pag. 133.

[18] Chamberlain, op. cit., pag. 15.

[19] Ivi, pag. 16; il nome corretto di Moctezuma, imperatore del regno azteco, è Motecuhzoma, come veniva chiamato dagli indigeni, Todorov, op. cit., pag. 67.

[20] Chamberlain, op. cit., pag. 16.

[21] Ivi, pag. 18.

[22] I contrasti tra i due furono evidenti fin dall'inizio; Velázquez infatti non voleva che si assoggettassero subito le nuove terre, fu Cortés, di propria iniziativa, e contravvenendo alle disposizioni, che diede inizio all'opera di conquista, Todorov, op. cit., pagg. 66-67.

[23] De Lizana, op. cit., pag. 16. Gli spagnoli pensavano che lo Yucatán fosse un'isola; sarà Montejo a scoprire, al termine della prima campagna, che lo Yucatán era, in realtà, una penisola, Chamberlain, op. cit., pag. 68.

[24] De Lizana, op. cit., pag. 18.

[25] Ivi, pag. 31-32.

[26] Luxton, op. cit., pag. 19.

[27] Ibid.

[28] Il termine maya yucateco batab era utilizzato per indicare i capi di una città o di un paese nominati dall'autorità centrale dell'halach uinic, al tempo della conquista il termine sarà sostituito da cacique, Pedro Bracamonte y Sosa, La conquista inconclusa de Yucatán, Los mayas de la montaña, 1560-1680, México, Porrúa, 2001, pag. 375.

[29] Luxton, op. cit., pag. 19.

[30] Ibid.

[31] León Portilla, op. cit., pag. 71.

[32] Ibid.

[33] Ibid.

[34] Peniche Rivero, op. cit., pag. 198.

[35] Ibid.

[36] Sergio Quezada, Pueblos y caciques yucatecos, México, Fondo de cultura económica, 1993, pag. 63.

[37] Ivi, pagg. 63-64.

[38] Chamberlain, op. cit., pag. 38.

[39] Ivi, pag. 42.

[40] Ibid.

[41] Il popolo oltre a coltivare la terra per il mantenimento della propria famiglia, doveva partecipare alla costruzione dei centri cerimoniali, alla coltivazione della terra destinata al sostentamento della classe nobile e sacerdotale e, infine, eseguire tutto ciò che gli veniva richiesto dalle autorità, Libro di Chilam Balam di Chumaiel, op. cit., pag. 33, nota 44.

[42] Chamberlain, op. cit., pag. 144.

[43] De Landa, op. cit., pag. 52.

[44] Chamberlain, op. cit., pag. 178.

[45] Ivi, pag. 43.

[46] Ivi, pagg 38-69.

[47] Ivi, pag. 48.

[48] Ivi, pagg. 49-52.

[49] Ivi, pag. 49.

[50] Ivi, pag. 53.

[51] Ivi, pag. 58.

[52] La provincia, che era già stata conquistata da Cortés con la battaglia di Cintla nel 1519, era all'epoca affidata a Baltasar de Osorio, il quale non era riuscito a placare l'indomita resistenza indigena, ivi, pagg. 76-77.

[53] Ivi, pagg. 73-79.

[54] Per questo modello David Drew ha ipotizzato un paragone con le città della Grecia classica o dell'Italia rinascimentale, Drew David, Las crónicas perdidas de los reyes mayas, México, Siglo veintiuno, 2002, pag. 24.

[55] Chamberlain, op. cit., pag. 176.

[56] Ivi, pagg. 103, 106, 133, 139.

[57] De Landa, op. cit., pag. 50.

[58] Come era invece accaduto nel caso del Messico e del Perú, Chamberlain, op. cit., pag. 177.

[59] Peniche Rivero, op. cit., pag. 198.

[60] Ibid.

[61] Chamberlain, op. cit., pagg. 133, 149, 215, 221, 233.

[62] Maria Teresa Huerta e Patricia Palacios (a cura di), Rebeliones indígenas de la época colonial, México, Instituto Nacional de Antropología e Historia, 1976, pag. 29.

[63] Chamberlain, op. cit., pag. 133.

[64] Sembra che sia i caciques di Canpech sia quelli di Ah Canul abbiano dato immediatamente la loro alleanza a Montejo, al suo passaggio nella regione all'inizio del 1531, ivi, pagg. 102-103.

[65] Ivi, pag. 133.

[66] Le cronache raccontano che l'esercito maya era composto da più di 20000 guerrieri; benché la cifra appaia ovviamente esagerata certo è che gli indigeni riuscirono a schierare una grande forza, ivi, pag. 135.

[67] Huerta e Palacios , op, cit., pag. 29.

[68] Probanza de Blas González, contenuta in Chamberlain, op. cit., pag. 135.

[69] Probanza de Pedro Alvárez, contenuta in Huerta e Palacios, op. cit., pag. 31.

[70] Ivi, pag. 30.

[71] Chamberlain, op. cit., pag. 135.

[72] Ibid.

[73] Ivi, pag. 136.

[74] Si trattava di una delle zone più fertili della penisola poiché qui, a differenza del nord dello Yucatán, si trovavano un certo numero di laghi e di fiumi. L'Adelantado era stato inoltre informato della presenza di oro lungo le sponde del lago Uaymil-Chetumal, ivi, pagg. 105, 110.

[75] Ivi, pagg. 106, 142.

[76] Ivi, pag. 108.

[77] Il pueblo fu diviso in encomienda e Montejo el Sobrino fu nominato tra i reggenti; Huerta e Palacios, op. cit. pag. 37, nota 10.

[78] Chamberlain, op. cit., pag. 138.

[79] Chamberlain sottolinea inoltre che questo fu il primo luogo dove gli spagnoli trovarono oggetti preziosi: oro, maschere di turchese, altri ornamenti in oro e pietre semipreziose. Nello Yucatán non esistevano né oro, né oggetti preziosi, e quei pochi che gli spagnoli trovarono erano giunti nella penisola attraverso il commercio con altri stati del Messico, ivi, pag. 110 e Huerta e Palacios, op. cit. pag. 37, nota 11.

[80] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 38; i prigionieri indigeni si rivelarono sempre di grande utilità per i conquistatori, sia per le informazioni che, spesso coercitivamente, fornivano sia per la profonda conoscenza dei territori, Chamberlain, op. cit., pag. 127.

[81] Huerta e Palacios, op. cit. pagg. 40-42.

[82] Chamberlain, op. cit., pag. 115.

[83] Ivi, pag. 122.

[84] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 43.

[85] L'ampia ribellione aveva impedito qui il funzionamento del sistema dell'encomienda e gli spagnoli si erano visti così obbligati a coltivare mais nei campi contigui alla città, senza peraltro riuscire a provvedere al sostentamento di tutta la popolazione, ivi, pag. 44.

[86] Ivi, pag. 52.

[87] Chamberlain, op. cit., pag. 137.

[88] Ivi, pag. 138.

[89] Ibid.

[90] Ivi, pag. 139.

[91] Chichén Itzá era ben ubicata ed era un centro antico di importanza religiosa, militare e politica, disponeva inoltre di una grande abbondanza d'acqua grazie alla presenza di due grandi cenotes, Huerta e Palacios, op. cit., pag. 34, nota 4.

[92] Poco sono le testimonianze relative a questo passaggio peraltro ipotizzato dallo stesso Chamberlain; Molina Solís segnala inoltre che in Ecab gli spagnoli incontrarono una feroce resistenza, ivi, pag. 34, nota 3.

[93] Chamberlain, op. cit., pag. 140.

[94] Quest'ingiunzione indirizzata agli indiani fu ideata dal giurista regio Palacios Rubios nel 1514. Secondo le disposizioni questo testo doveva essere letto, prima di conquistare un paese, ai suoi abitanti. Se gli indiani dopo la lettura del requirimiento (peraltro senza alcun interprete) si mostravano convinti, non si aveva il diritto di prenderli come schiavi; in caso contrario si poteva legittimamente dichiarare loro guerra; Todorov, op. cit., pag. 178.

[95] Chamberlain, op. cit., pag. 141.

[96] Quanto al nome della città, esistono delle divergenze; secondo Cogolludo venne chiamata Salamanca; appare comunque più probabile la versione di Chamberlain, Huerta e Palacios, op. cit., pag. 35, nota 5.

[97] Chamberlain, op. cit., pag. 140.

[98] Le profezie di Chilam Balam nacquero nel cacicazgo degli Xiu di Maní, ed è quindi probabile che abbiano avuto lì una particolare influenza, ivi, pag. 179.

[99] Ivi, pagg. 141, 142.

[100] Non tutti i Cupul avevano accettato il dominio spagnolo; in particolare sembra improbabile che i capi di Sací, importante centro della provincia cupul vicino a Chichén Itzá, avessero dato la loro alleanza, ivi, pag. 142.

[101] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 35.

[102] Il tributo includeva sia la fornitura di beni, quali mais, miele, cera, carne,coperte, vasi in terracotta, ecc., sia la prestazione di servizi personali, quali la coltivazione dei campi e la costruzione dei villaggi. Per evitare soprusi da parte dei singoli encomenderos, le disposizioni stabilivano un tributo fisso, uguale in ogni parte dello Yucatán; purtroppo raramente tali disposizioni vennero osservate, Chamberlain, op. cit., pag. 144.

[103] Huerta e Palacios, op. cit., pag. 47.

[104] Ibid.

[105] Chamberlain, op. cit., pag.145.

[106] Gli abitanti di Ceh Pech, Ah Kin Chel e gli Xiu tentarono di rifornirli di alimenti, ma il loro trasporto si rivelò pressoché impossibile; Huerta e Palacios, op. cit., pag.45, nota 5.

[107] Ivi, pag. 45.

[108] Non si sa esattamente quanti cacicazgos aderirono all'alleanza, probabilmente vi parteciparono anche Ecab e Uaymil-Chetumal, ivi, pag. 46, nota 17.

[109] Chamberlain, op. cit., pag. 148.

[110] Ivi, pag. 145.

[111] I Maya erano meno abili in questo tipo di battaglia e, in effetti, dopo le sconfitte subite ad Ake, Chauaca, e nella battaglia del Día de San Bernabé, evitarono generalmente i combattimenti in campo aperto preferendo la guerriglia e l'assedio, Chamberlain, op. cit., pag. 177.

[112] Huerta e Palacios, op. cit., pagg. 46-47.

[113] Ivi, pag. 50.

[114] Chamberlain, op. cit., pagg.166-167.

[115] Ivi, pag. 166.

[116] Ivi, pagg. 167-169.

[117] Gli indigeni potevano facilmente approfittare di questa situazione per ribellarsi contro il giogo spagnolo; sembra che gli stessi Cheles e Peches, sino ad allora alleati degli spagnoli, iniziassero a manifestare una crescente ostilità verso il dominio straniero ed i pesanti tributi del sistema dell'encomienda, ivi, pagg. 168, 170.

[118] Ivi, pag. 174.

[119] Inga Clendinnen, Ambivalent conquests. Maya and spaniard in Yucatán, 1517-1570, Cambridge, Cambridge University Press, 1988, pag. 150.

[120] Clendinnen, Landscape and World View: The survival of Yucatec Maya under Spanish Conquest, in “Comparative Studies in Society and History, vol. 22, n 3, luglio 1980, pagg. 374-393, pag. 384.

[121] Il fatto avvenne tra il 1441 ed il 1461; come precisa Farris in alcuni casi le pretese di precisione cronologica sono vane (Nancy Farris, Remembering the future, Anticipating the past: History, Time, Cosmology among the maya of Yucatan, in “Comparative Studies in Society and History”, vol. 29, n 3, luglio 1987, pagg. 566-593, pag. 576). Questa data è comunque confermata anche da un recente articolo di Marco, Bellingeri, Note sullo spazio tempo e le pratiche politiche dei maya yucatechi, durante il periodo coloniale, in “Quaderni di Thule-Rivista italiana di studi americanistica” (XXIII convegno Internazionale di Americanistica), n 1, luglio 2002, pagg. 243-247, pag. 244.

[122] Clendinnen, Ambivalent Conquests, cit., pag. 30.